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Il mistero della tiroide a Manduria: quanti malati ancora prima di indagare?

Redazione
16 set
Tempo di lettura: 3 min

Aumento graduale e costante di tumori e patologie tiroidee, l’allarme che nessuno sembra voler ascoltare. Da anni cittadini, medici e associazioni chiedono un’indagine epidemiologica. Ma le risposte non arrivano. E il silenzio delle istituzioni diventa sempre più pesante. C’è una domanda che a Manduria torna puntualmente, anno dopo anno, paziente dopo paziente, famiglia dopo famiglia: perché ci si ammala così tanto di tiroide e perché nessuno sembra voler capire fino in fondo che cosa stia accadendo? Non è una domanda nuova.


Non nasce oggi e non può essere liquidata come l’ennesimo allarme lanciato da qualche associazione ambientalista. Da anni cittadini, medici e comitati chiedono alla politica e alle autorità sanitarie di fare chiarezza. Chiedono dati, studi, verifiche. Chiedono soprattutto un’indagine epidemiologica seria che consenta di stabilire se l’incidenza delle patologie tiroidee e delle neoplasie sia effettivamente superiore alla media e, in caso affermativo, quali possano essere le ragioni. Finora, però, le risposte concrete sono state poche o addirittura inesistenti. Intanto, negli ambulatori degli endocrinologi i pazienti continuano ad arrivare in gran numero. L’ipotiroidismo, frequentemente associato alla tiroidite di Hashimoto, rappresenta una condizione molto diffusa e può incidere pesantemente sulla qualità della vita. Alterazioni del ciclo mestruale, problemi di fertilità, disturbi cardiovascolari, ansia, depressione, calo della libido, difficoltà cognitive, perdita di memoria, alopecia, sonnolenza e stanchezza cronica possono accompagnare la malattia.


Per molti pazienti la terapia sostitutiva diventa inoltre una necessità permanente. E poi ci sono l’ipertiroidismo e, soprattutto, i tumori della tiroide, che in alcuni casi rendono necessario l’intervento chirurgico. A colpire, però, non è soltanto la presenza delle patologie. È la percezione di una frequenza che, da tempo, molti cittadini considerano anomala. Una percezione che avrebbe bisogno di essere trasformata in numeri certi, confrontabili e verificabili. Perché soltanto i dati possono dire se esista davvero un’anomalia epidemiologica. Ed è proprio qui che inizia il problema.  Da anni si registra anche il ricorso di cittadini manduriani a strutture specializzate fuori territorio, tra cui l’ospedale di Pisa. Un fenomeno che alimenta una domanda inevitabile: se il numero dei casi appare così significativo, perché non è stata ancora realizzata un’indagine capace di fotografare con precisione la situazione? Non basta parlare di “epidemia della tiroide”, neppure per provocazione. Bisogna verificare. Bisogna contare. Bisogna confrontare i dati di Manduria con quelli di altri territori. E bisogna farlo senza pregiudizi, senza cercare colpevoli a tutti i costi, ma anche senza nascondersi dietro l’assenza di certezze.


La questione, del resto, non nasce oggi. Già il 20 febbraio 2016, i Verdi di Manduria avviarono una raccolta firme per chiedere un’indagine epidemiologica. Già allora veniva segnalata una situazione ritenuta preoccupante. Tra le neoplasie indicate come particolarmente diffuse compariva anche quella della tiroide. I dati disponibili risalivano però al biennio 2006-2008 ed erano considerati approssimativi. Dopo 10 anni torniamo a chiederci che cosa sia stato fatto nel frattempo.


Se siano state effettuate nuove rilevazioni, oppure se sia  stata completata un’indagine epidemiologica sul Distretto Sanitario di Manduria; oppure se  messi a confronto  dati sulla mortalità, sull’incidenza dei tumori e sulle patologie tiroidee. Inoltre se siano state individuate eventuali anomalie, e  soprattutto, se i risultati sono stati comunicati pubblicamente ai cittadini. Tutte domande purtroppo rimaste senza risposte chiare.  Nel frattempo resta aperto anche il capitolo ambientale. Inquinamento atmosferico, qualità della falda, esposizione a sostanze potenzialmente nocive e altri possibili fattori di rischio sono stati più volte evocati nel dibattito pubblico.


Ma evocare una possibile causa non significa dimostrarla. Ed è proprio per questo che servono studi scientifici rigorosi. Quando si parla di salute pubblica non si può basarsi solo sulle opinioni. Se esiste un problema, bisogna dimostrarlo. Se non esiste, bisogna dimostrare anche questo. In entrambi i casi, l’unico strumento credibile è la ricerca epidemiologica. Per questo la politica, locale e regionale, non può continuare a limitarsi a prendere atto delle segnalazioni.


Interpellanze, consigli comunali, dibattiti e promesse non possono diventare un rituale destinato a ripetersi senza produrre risultati. A Manduria serve finalmente una fotografia aggiornata della salute della popolazione. Serve sapere quanti sono i casi di tumore della tiroide. Quanti quelli di ipotiroidismo e ipertiroidismo. Come sono distribuiti per età e sesso. Come sono cambiati negli anni. E, soprattutto, se esiste una differenza statisticamente significativa rispetto ad altri territori. Poi saranno gli scienziati, non la politica, a stabilire se esista una correlazione con eventuali fattori ambientali. Ma prima bisogna avere il coraggio di guardare i numeri.


Perché continuare a non cercare risposte, dopo anni di segnalazioni, non significa che il problema non esista. Davanti a una questione che riguarda la salute di un’intera comunità, questo silenzio non è più accettabile. Gianluca Ceresio

 

 
 
 

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