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Il dossier Giannuzzi: anni di ferite aperte. Manduria spera nella svolta oltre i palazzi della politica.

Redazione
24 set
Tempo di lettura: 3 min

Passerelle politiche a parte, resta la speranza che per il Giannuzzi possa finalmente aprirsi una stagione nuova. È questo l’auspicio che accompagna l’intervento dell’assessore regionale alla Sanità, Donato Pentassuglia, che lunedì 21 settembre ha trascorso oltre cinque ore all’ospedale Marianna Giannuzzi di Manduria, confrontandosi con medici, operatori sanitari e sindaci del distretto ionico. Un vertice lungo e atteso, al termine del quale l’assessore ha assunto impegni precisi: nessun reparto verrà chiuso e non è prevista alcuna riduzione dei servizi oggi garantiti dal presidio, nonostante l’apertura del nuovo ospedale San Cataldo di Taranto. Una posizione accolta con favore, ma che inevitabilmente si confronta con una storia fatta di anni di visite istituzionali, annunci e promesse rimaste troppo spesso sospese. Per questo, oggi più che mai, la comunità si aspetta che alle parole seguano i fatti: organici rafforzati, personale stabilizzato, attrezzature adeguate e un piano strutturale capace di restituire al Giannuzzi una piena e stabile funzionalità. Per comprendere il peso delle criticità accumulate negli anni, basta ripercorrere, seppure sinteticamente, una vicenda che affonda le proprie radici almeno nel 2011. L’8 maggio 2011, l’improvvisa emergenza profughi si trasformò anche in un’emergenza sanitaria. Il Giannuzzi si trovò a fronteggiare una situazione difficile, aggravata dalla carenza di personale e mezzi, mentre l’ospedale da campo allestito nella tendopoli poteva garantire soltanto funzioni limitate. Il 26 aprile 2012 arrivò un ulteriore segnale d’allarme: un medico del pronto soccorso terminò il proprio servizio senza essere sostituito. Era l’ennesima manifestazione di una carenza di organico ormai cronica. Turni sempre più lunghi, stress, calo del rendimento e inevitabili ripercussioni sulla qualità delle prestazioni finirono per diventare una condizione ordinaria. Nei primi giorni di giugno 2012 cominciò a circolare con insistenza la notizia della possibile chiusura del punto nascita e del reparto di Ginecologia. Il 19 giugno una grande manifestazione di protesta portò in strada amministrazioni comunali della fascia orientale jonica, associazioni e cittadini. Lo slogan era eloquente: “Svegliamoci! Per il diritto alla salute! Giù le mani dall’ospedale Giannuzzi!” La mobilitazione, però, non bastò. Il 1° settembre 2012 il punto nascita venne definitivamente chiuso. Poco dopo seguì la soppressione del reparto di Ginecologia, ridotto alle sole attività ambulatoriali. L’11 ottobre 2012 arrivò un altro colpo: la chiusura dei servizi collaterali, comprese le cucine. Il 22 marzo 2013 fu la volta della Pediatria. Il 5 aprile 2013, invece, venne chiuso il servizio di Anatomia Patologica. Poi arrivò la pandemia, e il Giannuzzi conobbe il momento più drammatico della sua storia recente. Nei primi giorni di novembre 2020, l’ospedale cessò di fatto di svolgere la propria funzione di presidio generale e venne trasformato in ospedale Covid. Una decisione che ridusse temporaneamente al minimo le altre attività e che suscitò forti preoccupazioni sul futuro della struttura. Allora arrivarono nuove promesse: terminata l’emergenza, il Giannuzzi avrebbe dovuto recuperare i reparti perduti ed essere potenziato fino a diventare un ospedale di primo livello. Un primo segnale di speranza arrivò il 18 giugno 2021, con la riattivazione di Nefrologia, Chirurgia e Ortopedia, mentre restavano disponibili 15 posti letto per i pazienti Covid. Ma le difficoltà non erano finite. Il 17 dicembre 2022 si verificò l’ennesimo stop della Tac, con pesanti ripercussioni sulla medicina d’urgenza. E ancora oggi, in assenza di radiologi, parte dei referti viene elaborata a distanza da Taranto. Senza soffermarsi ulteriormente sulle scene di affollamento del pronto soccorso, sulle difficoltà quotidiane e su condizioni operative che troppo spesso si avvicinano al limite, resta un dato: il Giannuzzi non può vivere di emergenze, promesse e interventi tampone. Per questo le parole di Pentassuglia vanno accolte con attenzione, ma soprattutto verificate nei fatti. L’auspicio è che il lungo confronto del 21 settembre rappresenti davvero l’inizio di una nuova fase: più personale, maggiore stabilità, strumenti adeguati, servizi efficienti e una programmazione seria e duratura. Non servono altre passerelle. Serve restituire al Giannuzzi la forza necessaria per garantire il diritto alla salute di un intero territorio.

                                                                                                           Gianluca Ceresio

 

 
 
 

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